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LA CHIESA DI SANT’ANGELO IN SPATHA
LA STORIA
La chiesa, dedicata secondo lo storico Cesare Pinzi a San Michele Arcangelo, è citata già in una bolla di papa Leone IV dell’850 circa. In realtà, la chiesa dedicata al Santo, così caro ai Longobardi, doveva essere posta nel circuito del Castrum Viterbii, di pertinenza della pieve di S. Lorenzo, come chiaramente si legge nella stessa bolla.
S. Angelo in Spatha, così detta dal nome della famiglia che la ebbe in patronato, viene ricordata per la prima volta alla fine dell’XI secolo, quando nel 1092 fu eretta in collegiata da Riccardo, vescovo di Tuscania.
In stile lombardo-romanico, a tre navate con absidi, presentava una copertura a spiovente e monofore sulle pareti. Una lapide attesta che l’8 maggio 1145 Eugenio III consacrò la chiesa a conclusione di consistenti restauri ed ampliamenti. Nel maggio del 1387 Francesco di Vico, tiranno di Viterbo, fu costretto a fronteggiare una sollevazione popolare. L’ 8 dello stesso mese sulla piazza del Comune si svolse una cruenta battaglia: gli insorti non riuscivano a spingere i prefetteschi fuori dai confini della piazza segnati dal portico di S. Angelo, allorchè dal campanile del tempio cadde un vessillo con l’immagine di S. Michele, che vi era stato issato per la festività dell’Arcangelo. I rivoltosi interpretarono il fatto come un segno divino e ne trassero la forza per mettere in fuga le milizie del di Vico, che venne catturato e ucciso. Per celebrare la vittoria popolare il Comune dispose che ogni anno si ricordasse l’evento con solenni festeggiamenti. Nel 1549 il crollo del campanile, posto sulla sinistra e dopo tale evento non più riedificato, causò la distruzione della facciata e del portico: il prospetto fu rifatto nel 1560 durante il pontificato di Pio IV. Due secoli più tardi, nel 1746, fu avviato il completo rifacimento della chiesa: la vecchia costruzione, di cui oggi si conserva solo parte della struttura sul lato esterno, venne abbattuta e fu eretto un nuovo edificio.
ESTERNO
Nella facciata ad intonaco, con copertura a spiovente, il portale è inquadrato da una mostra in peperino sovrastata da una lunetta. A destra si trova il monumento funebre di Galiana (copia del sarcofago romano realizzata dagli scultori fratelli Funari, il cui originale è conservato presso il Museo Civico di Viterbo), la fanciulla viterbese protagonista di una leggendaria vicenda: la sua bellezza era tale che molti uomini venivano a Viterbo solo con la speranza di poterla ammirare da lontano; se ne innamorò un barone romano, che la pretese in sposa, ma fu rifiutato. Il nobile decise, allora, di assediare la città, che si mobilitò in difesa della giovane, resistendo così a lungo da indurlo a desistere; prima di andarsene definitivamente, il barone, però, chiese di poter vedere un’ultima volta la Bella Galiana, che si affacciò sulle mura dalla torre che ancora oggi porta il suo nome. Infuriato perché costretto a rinunciare a lei, la colpì con una freccia, uccidendola. I Viterbesi onorarono quella autentica meraviglia deponendone il corpo in un fastoso sepolcro posto nel portico di S. Angelo. Due epigrafi del XVI secolo ricordano tale leggendario evento.
Sulla facciata si aprono tre finestre: nella vetrata di quella al centro, la più grande, è effigiato S. Michele Arcangelo. Verso il culmine sono posti tre stemmi in peperino: quello centrale riproduce l’insegna di Pio IV Medici, gli altri quelle del vice legato Piccolomini Baldini e del Comune di Viterbo. Sul lato destro, in una stradina, è visibile il fianco della più antica chiesa, con due porte murate, una monofora, una lunetta, una porta ad arco con cornice, contrafforti e archi di sostegno che scavalcano la via. Sul fondo si scorge il campanile a pianta quadrata.
INTERNO
Vi si accede da un vestibolo (1) (unico esempio esistente nelle chiese viterbesi) ornato con marmi e stucchi; nel soffitto un piccolo dipinto raffigura San Michele Arcangelo.
Nell’incavo di destra (2) si scorgono due epigrafi in caratteri gotici, ritrovate durante la ricostruzione del 1746, che ricordano la presenza delle reliquie dei Santi Savino, Eugenio, Pietro Alessandrino, Vittore, Bonifacio e Corona, già nascoste dal priore Bartolomeo e ritrovate nel 1254. La chiesa, con soffitto a volte, è a croce latina con presbiterio a pianta quadrata e tre cappelle per ogni lato; cinque finestroni si aprono nella parte alta delle pareti e l’ingresso è sovrastato dalla cantoria. Nel disegno si mescolano linee tardo barocche e neoclassiche. L’abside è stata ricostruita, dopo essere stata colpita dai bombardamenti del 1944. La Via Crucis in olio su tela è del ’700.
Nella prima cappella di destra (3), in pietra a vista con una monofora residuo della primitiva costruzione, si trovano colonne di legno con capitelli e si conserva la statua in marmo del Sacro Cuore. Qui era conservata la Madonna col Bambino, realizzata nel ’400 da Andrea di Giovanni, ora in restauro, e che presto verrà collocata nella cappella feriale, ancora in allestimento (terza cappella a sinistra). Lungo la parete sinistra del pronao è conservata una tazza baccellata in marmo, risalente all’epoca romana, che oggi funge da fonte battesimale. Nella cappella successiva (4) una pala del viterbese Bartolomeo Cavarozzi raffigura S. Isidoro agricoltore (sec. XVII): la patina del tempo non consente di apprezzare a pieno il particolare del paesaggio sullo sfondo, in cui viene raffigurato l’Angelo che guida l’aratro. La terza cappella (5) è ornata da colonne, che sostengono semicuspidi, poste su basamenti in peperino con stemmi; sopra all’altare è un Crocifisso ligneo che, secondo la tradizione, fu portato via dalla città di Ferento distrutta dai Viterbesi nel 1172, ma che recenti studi datano con maggiore probabilità al 1300. Sulla destra, all’ingresso del presbiterio (6), è murata una bella lapide in caratteri gotici e romani: in essa viene celebrata la consacrazione della Chiesa da parte di Eugenio III (1145), con l’indicazione degli altari e delle reliquie che al tempo vi erano collocate.
La mensa dell’altare maggiore (7) è sorretta da un grande capitello romanico in pietra proveniente dall’antica chiesa; il tabernacolo marmoreo, posto su un capitello analogo al precendente, è sovrastato da un grande dipinto del viterbese Filippo Caparozzi (primo decennio del ’600) (8), raffigurante la Madonna in trono col Bambino: la Vergine, circondata da Angeli che la incoronano, è collocata su un alto basamento; sotto sono raffigurati S. Michele Arcangelo che calpesta Lucifero e, intorno, S. Pietro, S. Savino, S. Paolo e S. Eugenio. Nella sagrestia (9), a cui si accede dal transetto sinistro, un bell’arredo ligneo copre le pareti per un’altezza di circa 3 metri; in un altare, sempre in legno con colonne ioniche sostenenti frammenti angolari appartenuti ad un frontone, è inserito un S. Rocco realizzato da Antonio del Massaro detto il Pastura (sec. XV).
Nell’attiguo ufficio parrocchiale (10) del 1685 è un finestrone con bella mostra marmorea lavorata; alle pareti si possono ammirare: S. Liborio in gloria che ascende in cielo su una nube, quadro del viterbese Giovan Francesco Bonifazi (sec. XVII); S. Carlo Borromeo in estasi e S. Filippo Neri in preghiera, attribuiti entrambi al vigevanese Vincenzo Bareolo, che li dipinse nel 1614; un Crocifisso ligneo con dorature (1800) proveniente dalla chiesa di S. Giacomo. Nell’ultima cappella di sinistra (11), con l’immagine di S. Gabriele dell’Addolorata, una barocca mostra d’altare lignea (fine XVII-primi XVIII secolo) presenta colonne tortili ornate da tralci e grappoli e decorazioni in oro zecchino con due angeli dorati seduti sulle cuspidi.
IL RESTAURO
Nel corso del 2006 la chiesa è stata sottoposta a restauro. Il progetto, voluto dalla Curia Vescovile di Viterbo ed eseguito con la consulenza dell’arch. G. Fatica della Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Lazio, è stato diretto dall’arch. A. Lisoni in collaborazione con la ditta appaltatrice ATI Freda Francesco. L’opera ha visto una nuova tinteggiatura in travertino “onciato” delle paraste e delle colonne e in celestino grigio dei fondi delle pareti e delle vele. Il nuovo impianto di illuminazione dà maggiore risalto alle strutture architettoniche. Il vecchio pavimento è stato sostituito con pianelle di marmo di Carrara grigio e bianco ordite a rombi. Sono stati eseguiti lavori di spicconatura degli intonaci interni con posa in opera di nuovi intonaci deumidificati. Sono state allestite una scala in metallo per l’accesso alla cantoria e una nuova bussola a vetri, che favorisce la completa visione della chiesa dalla piazza antistante. Il portone d’ingresso è stato completamente restaurato e le porte laterali sono state sostituite da nuovi infissi.
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