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CHIOSTRO MEDIEVALE DEL COMPLESSO DI SANTA MARIA IN GRADI
Chiostro Duecentesco di Santa Maria in Gradi di Viterbo – LA STORIA
Del primo chiostro del complesso architettonico di Santa Maria in Gradi si ha notizia in una dispersa epigrafe latina sormontata dall’aquila scaccata – stemma dei conti di Segni – di cui faceva parte Papa Alessandro IV, e che lo storico Scriattoli crede trascritta da altra anticamente esistente, vicino alla porta battilora del chiostro: “Claustrum hoc quod cernis ad Dominicanae / religionis commodum et decorem Alexander / papa IV qui et ecclesiam consecravit, aedificari iussit, circa annum Domini MCCLVI”. Tradotta: Questo chiostro che tu vedi, fu fatto edificare verso l’anno 1256 per comodo e in onore della religione Domenicana da papa Alessandro IV il quale consacrò anche la chiesa, due anni dopo. Quindi nessun dubbio sull’ideatore e il promotore della costruzione del chiostro, tanto è esplicito in questa lapide, posta presso la porta d’ingresso del predetto. Se Alessandro IV ne fu il finanziatore, architetti furono Nicola Pisano e il figlio Giovanni che, grazie alla loro abilità scultorea e a quella di alcuni maestri della pietra locale, sono riusciti a creare qualcosa di leggero, fine e soave. Purtroppo, per questa costruzione, i lavori andarono per le lunghe, sebbene papa Clemente IV, quando aveva la sua dimora nel Palazzo papale in Viterbo, non negasse il suo aiuto finanziario tanto che, nel 1289, furono vendute delle botteghe appartenenti al patrimonio di Gradi, per saldare alcuni debiti con gli scalpellini. Ad ogni modo è sicuro che il chiostro risultasse terminato in tutti i suoi particolari nel 1290. Quindi sin da quel tempo il claustrum fu per i Padri Domenicani il luogo ove potevano incontrarsi per parlare, contemplare, discutere e passeggiare.
 Passarono gli anni e poiché il tempo deteriora tutte le cose, anche il chiostro di Gradi stava andando in rovina, quando finalmente, nel 1436, i frati ritennero opportuno restaurarlo vendendo alcuni stabili facenti parte dei loro beni.  Così è ricordato quel restauro “pro-reactando et reparando voltas sitas super claustrum jam aptari incoeptas ne deficiant seu ultima ruina destituantur”.
 Tre anni dopo, per terminare quei restauri che, per la scarsezza dei fondi, pareva non avessero mai fine, si rese necessario che uno dei frati, certo Antonio di Michele da Viterbo, impegnasse la somma ricavata dalla vendita di una sua casa.
 L’Arte degli Speziali vi fece altre riparazioni, come il restauro del colonnato e del tetto nel 1447, in esecuzione di un legato di Battista Bonelli, il quale lasciò per tale fine settantacinque fiorini. Altre interventi di manutenzione sono del 1462.
 Dopo questo felice periodo, il chiostro aveva ripreso quel lustro che sempre lo distinse e lo distinguerà da tutti gli altri chiostri viterbesi, tanto che nel 1487 fu preso a modello per la costruzione dell’altro situato nella Chiesa di santa Maria della Quercia. Furono copiati il concetto architettonico, le colonnine binate, le membrature, i capitelli e i trafori. Altri restauri furono compiuti nel 1501, grazie ad Alessandro VI il quale autorizzava, in data 25 febbraio, i frati alla vendita di alcuni beni per tale scopo, così pure nel 1509 fu venduta una vigna a Celleno effettuando col ricavato la ricopertura della volta con pietra lavorata e la riparazione di undici pilastri e dieci colonnine. La spesa fu di quarantatre ducati. 
 E’ da ammirare lo spirito amorevole dei Padri Domenicani verso la loro chiesa, i quali vendevano i beni del loro patrimonio per mantenere alto il valore artistico del loro chiostro. 
 Non sempre, però, le cose furono rosee e per negligenza e per trascuratezza furono compiute vere e proprie azioni deplorevoli, come quella che rinnovandosi il lastricato di tale chiostro vi si impiegarono pietre tombali dei secoli XIII XIV e XV, rimosse dal pavimento della chiesa (1546 – 1566). Una di queste è ancora vicino al pozzo, ha uno stemma col leone rampante.
 Nel chiostro, durante la buona stagione, vi si teneva il Capitolo.
 Con l’unità d’Italia, il complesso di Gradi venne acquisito dallo Stato Italiano. Il complesso fu trasformato in carcere, e il chiostro fu adibito a «mangiatoia pei cavalli della truppa, nonchè come luogo dove asciugare i panni della tintoria e come legnaia. Era talmente mal ridotto che nel 1891 fu necessario rimpiazzare le colonnine mancanti e restaurare quelle rovinate. I lavori furono portati a termine nel 1904 grazie anche alla collaborazione di carcerati, esperti scalpellini.
DESCRIZIONE
Il chiostro sorretto da ben centosessanta colonnine binate di marmo bianco, è composto da archetti ogivali nei quali emerge lo stemma di Viterbo con il leone e la palma. Sopra agli archetti vi sono i rosoni dalle forme più svariate ed eleganti. I gocciolatoi per l’acqua piovana dei tetti, sono formati da eleganti teste zoomorfe, ognuna differente una dall’altra.
 Oltre ad elementi decorativi del tutto simili a quelli già presenti nel chiostro di San Martino al Cimino, una particolare raffinatezza è stata riscontrata nei capitelli à crochet dalle svariate forme. Il lato orientale ospita la porta d’ingresso alla sala capitolare le cui bifore, oltre a rispecchiare uno stile molto vicino a quello espresso dalle soluzioni architettoniche utilizzate per Palazzo Papale, denunciano una serie di aggiunte successive alla prima costruzione. Interesse destano le pitture del chiostro che si trovano nelle lunette delle pareti, raffiguranti storie dell’Ordine Domenicano e di san Domenico. 
 In una lunetta, infatti, è raffigurata la consegna della Regola a san Domenico da parte di papa Onorio III. Sulla sommità delle lunette sono raffigurati stemmi gentilizi con i nomi, forse, dei committenti, in uno è: “Henricus Rocchius ff”.
 Parte degli affreschi, secondo Andrea Scriattoli, fu realizzato nel 1620 dal viterbese Giovan Giacomo Cordelli (1584 – 1622). Il resto fu integrato nel 1649, sotto il priorato di fra’ Felice Rocchi, dai frati Domenicani esperti del pennello.
 Nella sesta lunetta della corsia meridionale è un portale murato con la scritta incisa sull’architrave AROMATARIA “farmacia”.
 Al centro del chiostro si innalza un pozzo. Con molta probabilità ne esisteva già uno nel 1258, come si può desumere da un documento datato 8 Luglio dello stesso anno, nel quale è riportata la notizia circa l’acquisto di acqua da rifornire al convento. Il pozzo realizzato nel 1557, è composto da una vasca tonda che si innalza su due gradini. Tutta la struttura si poggia su una pavimentazione ottenuta con lastre tombali riutilizzate. Al di sopra del pozzo una coppia di colonne è posta a sorreggere una trabeazione. Il pozzo di foggia rinascimentale, viene così descritto dal Religioso dell’ordine Domenicano Giacinto Nobili quando tratta del chiostro: “nel cui mezzo è una cisterna cavata bona parte in pietra, incominciata l’anno 1549 et compita l’anno 1557, il cui lastrico è di pietre de’ sepolchri», porta scolpito sulla trabeazione sostenuta dalle due colonne il motto Bibe AQuam de CISterna TVA / 1557”.
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