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Sulla strada provinciale che conduce alle Terme dei Papi (Strada Bagni), in direzione ovest partendo da Viterbo, proseguendo per Strada Montarone e Via Procoio, a soli 8 Km è raggiungibile l’area archeologica di Castel d’asso, ricca di testimonianze che vanno dal periodo etrusco al medioevo. L’area archeologica comprende sia i resti di un castello medievale (XIII sec.), edificato sulle rovine dell’antica città etrusco romana di Axia, che la necropoli monumentale etrusca di tipo rupestre. (IV – I sec. a. C.).
Info e contatti: Associazione Archeotuscia Onlus. Tel. 328 775 0233 – 3392716872 – archeotuscia@gmail.com
Orari di Visita: Aperta al pubblico | Entrata Ticket: Free | Per visite per appuntamento, contattare preventivamente.
AREA ARCHEOLOGICA DI CASTEL D’ASSO
AREA ARCHEOLOGICA DI CASTEL D’ASSO
Sulla strada provinciale che conduce alle Terme dei Papi (Strada Bagni), in direzione ovest partendo da Viterbo, proseguendo per Strada Montarone e Via Procoio, a soli 8 Km è raggiungibile l’area archeologica di Castel d’asso, ricca di testimonianze che vanno dal periodo etrusco al medioevo. L’area archeologica comprende sia i resti di un castello medievale (XIII sec.), edificato sulle rovine dell’antica città etrusco romana di Axia, che la necropoli monumentale etrusca di tipo rupestre. (IV – I sec. a. C.).
Dal Dicembre 2011 l’Associazione Archeotuscia Onlus, grazie ad una Convenzione con la Provincia di Viterbo, il Comune di Viterbo e il proprietario dell’area della necropoli di Castel d’Asso, è l’Ente a cui è stata affidata la gestione dell’area, garantendone la manutenzione del verde, il mantenimento e la pulizia degli spazi archeologi, e soprattutto la possibilità di rendere fruibile la necropoli ai visitatori. Di fatto, in concerto con la Soprintendenza, l’Associazione ha sviluppato tutta una serie di attività e iniziative di ambito scientifico e culturale che rendono vivo e fruibile l’area archeologica. Per quanto concerne la conoscenza del sito, una folta bibliografia ci consente di avere un quadro chiaro e delineato a partire dal IV secolo a. C., fino al XV secolo d. C. La prima parte visitabile dell’area è la zona che racchiude la necropoli etrusca. Appena arrivati, un ampio parcheggio soleggiato permette di lasciare la macchina, e in soli 100 m si può raggiungere lo sviluppo monumentale della necropoli per poi proseguire attraverso il ponte sul fiume Freddano, fin sopra l’abitato medievale dove sono collocati i ruderi del castello.
La Necropoli
La necropoli si presenta in un ambiente estremamente suggestivo con una grande concentrazione di tombe rupestri del tipo a semidado con finte porte e vano di sotto facciata, che vanno dal IV al II sec. a.C. Della necropoli di Castel d’Asso si ha notizia già a partire dalla prima metà del XIX secolo, quando nel 1848 venne pubblicato in 2 tomi da 1200 pagine (?) l’uno, il viaggio di George Dennis The cities and Cemeteries of Etruria .Gli studi ottocenteschi dell’Orioli e quelli del Rosi negli anni ’20 del secolo scorso portarono alla conoscenza di questo importante complesso funerario, ma fu soprattutto negli anni sessanta, grazie all’attività del Centro di Studi per l’Archeologia Etrusco-Italica del C.N.R, capitanata da G. Colonna., che vennero effettuati scavi e ricerche fondamentali per la sua piena comprensione. Dal 1991 al 1999 le attività di volontariato del GAR sez. di Viterbo consentirono di far riscoprire e far rinascere l’interesse sull’area monumentale attraverso un opera di ripulitura e mantenimento del verde fatta di concerto con gli Enti proposti (Soprintendenza dell’Etruria Meridionale). Ancora oggi sono presenti sulle facciate delle tombe i cartellini con il numero corrispondente ad ogni tomba, individuata attraverso la numerazione concepita dal Colonna negli anni sessanta del ‘900. Tale lavoro rimane utile per l’individuazione di qualsiasi tomba, senza possibilità di errore, calcolando anche l’enorme quantità di sepolcri concentrati nella zona. II sepolcreto si sviluppa scenograficamente lungo il versante settentrionale della valle del Freddano, fronteggiando l’estremità occidentale dell’antica acropoli. Le tombe fornite di facciata monumentale sono in tutto 69 e si concentrano in un’area piuttosto limitata, distribuite su vari livelli. Il tipo più diffuso è quello della tomba a semidado con vano di sottofacciata, che solo in un caso si presenta colonnato. L’accesso alla necropoli avviene attualmente lungo una valletta percorsa da una strada sterrata che scende fino al piano e che ricalca un antico tracciato etrusco. Tra le prime tombe che si incontrano sulla destra si distingue la Tomba Orioli ( lettera A), che prende il nome dal suo primo illustratore. Si tratta di un semidado con vano di sottofacciata: al semidado, decorato con una finta porta a rilievo, si aggiunge nella parte inferiore della fronte un vano di sottofacciata, coperto da un tetto a piano inclinato e con falsa porta sul fondo, In questo caso, come in altri documentati nella stessa necropoli, nello specchio della falsa porta sono incisi dei segni numerali (corrispondenti al numero 41 ), che fanno riferimento alle dimensioni dell’area di rispetto intorno alla sepoltura.
La Tomba Orioli presenta all’interno una suggestiva camera con numerosi loculi disposti a spina di pesce. L’ambiente è lungo 17 m e nelle ampie banchine laterali sono state ricavate 31 fosse trasversali su ogni lato, alcune delle quali più piccole per i bambini. II complesso si data tra la metà del III e la metà del II sec. a,C,
Poco oltre si incontra un gruppo di tre tombe (lettera B) con vano di sottofacciata, risalenti al III sec a,C, Questi monumenti funerari in origine esibivano inciso nel tufo il nome del proprietario, oggi quasi completamente scomparso. La cornice del primo semidado conteneva l’iscrizione “eca suthi nesl” (questa è la tomba,.), che proseguiva con il nome della famiglia committente, quella dei Tetnie, già attestata a Vulci, e ricostruibile grazie a resti di lettere conservatisi su alcuni massi rotolati a valle, Anche la tomba successiva presentava una formula analoga, ma non è possibile ricostruire il nome della famiglia proprietaria, II terzo monumento funebre invece apparteneva a Vel Urinates, come ci informa la solita iscrizione nella cornice, mentre a sinistra della finta porta sono incisi dei segni numerali, indicanti l’area di rispetto. Le camere di questo settore si presentano spesso interrate e perciò non accessibili ai visitatori.
La parte della necropoli che sì svolge verso oriente, inizia in pratica con alcuni semidadi di fronte alla Tomba Orioli. Tra essi si distingue una tomba a vestibolo con una rozza finta porta (lettera C), a fianco della quale è un finto dado, la Tomba di Arnth Ceises (lettera D), riconoscibile per l’iscrizione sulla facciata con il nome del titolare, La tomba è tra le più note e risale al IV sec, a,C, La camera originaria doveva essere piuttosto piccola con banchine conformate a letto, successivamente fu realizzato un corridoio laterale e furono inserite varie fosse trasversali. A breve distanza, un bel semidado (lettera E) recante anch’esso un’iscrizione, conclude una serie di facciate piuttosto ben conservate. Seguendo il sentiero che taglia il dromos delle camere sottostanti, si trovano alcuni semidadi affiancati provvisti di vano di sottofacciata (lettera F), alcuni dei quali avevano il tetto scolpito con travetti paralleli. La tomba più interessante di questo settore è anche l’ultima di cui è possibile vedere la facciata, poiché i due complessi successivi hanno il prospetto crollato.
L’abitato etrusco di AXIA
Percorso lo sviluppo orientale della necropoli, la strada sterrata sterza improvvisamente a destra per incontrare il ponte sul Freddano. Superato il ponte una salita ti porta al pianoro soprastante, un tempo centro abitato etrusco, l’ antica Axia, città citata da Cicerone in una delle sue orazioni (Cic,, Pro Caec/no, VII, 20), oggi Castel d’Asso. La città sorgeva sullo sperone tufaceo delimitato a nord dalla valle di erosione del Fosso Freddano e a sud da quella del Riosecco, La più antica frequentazione etrusca risale alla metà del VI sec. a. C., ma il periodo di maggiore prosperità del centro è da collocarsi tra il IV e il II sec. a.C., epoca a cui risalgono la maggior parte delle sepolture. La vitalità di questa area nella fase ellenistica è da attribuire alla rivalutazione economica dell’Etruria meridionale interna, che fece seguito alla grave crisi delle città della costa. Le ricche e potenti aristocrazie di Tarquinia trovarono nello sfruttamento agrario di questa regione la possibilità di mantenere intatto il loro prestigio e status sociale.
Cicerone riferisce che nella tarda età repubblicana le importanti famiglie tarquiniesi dei Caesennii e dei Fulcinii avevano nella zona estese proprietà terriere, e che vi era sorta una intensa attività produttiva legata soprattutto alla coltivazione dell’olivo.
Nell’anno 87 a,C, Axia fu ascritta al municipio di Tarquinia e successivamente, nel corso della seconda metà del I sec, a.C., entrò a far parte del distretto di Sorrina, da collocarsi nei pressi dell’attuale Viterbo.
La fase discendente del sito ha inizio con la prima età imperiale (I sec, d.C.), fino all’abbandono definitivo avvenuto nella tarda antichità.
L’importanza della fase arcaica, la particolarità delle tombe ellenistiche rupestri e la testimonianza delle gens etrusche dominanti.
L’antica Axia, citata da Cicerone nel 68 a.C. per localizzare i fondi che avevano i Caesennii di Tarquinia, sorgeva su uno sperone tufaceo tra i fossi Rio Secco e Freddano, estendendosi anche a est per un totale di circa undici ettari, a dieci km da Viterbo. Riscoperta nel 1817, la sua necropoli rupestre fu la prima ad essere conosciuta e discussa nel mondo della cultura. Del resto, le sue monumentali tombe a facciata disposte su due o tre livelli e concentrate in una zona ristretta, si presentavano in maniera molto scenografica. Nel periodo etrusco furono sicuramente operate delle precise scelte urbanistiche, anche al fine di offrire dimostrazioni di opulenza da parte delle grandi famiglie, in quanto le loro tombe erano facilmente visibili dall’abitato posto proprio di fronte. E da lì passavano anche i percorsi più importanti, come quello diretto verso Musarna e Tuscania, ma anche l’altro tracciato viario più antico che prendeva la direzione di Surna e di Volsinii. La città fiorì e si fortificò a partire dal IV sec. a.C. in seno all’ager Tarquiniensis fino al II sec. a.C. ma già esisteva e prosperava in epoca arcaica, come dimostrano i corredi tombali del VII e VI sec. a.C. scavati nel Novecento e andati ormai dispersi, ad eccezione di una parte degli scavi Bazzichelli, al Royal Ontario Museum di Toronto. Della stessa epoca sono le “cuccumelle” un tempo visibili sul piano della Vaccareccia e la tomba monumentale di tipo ceretano a vestibolo con tre camere sul fondo, in Pian della Fame. Tra il V ed il IV sec. a.C. è datata, grazie al rilevamento di alcune cornici doriche di grossolana fattura con architrave a rilievo, la piccola e modesta necropoli di Casale la Pigna, sempre sul pianoro di Axia(?), con tombe munite di una sorta di vestibolo a cielo aperto e con camere provviste di semplici banchine. Sempre il ritrovamento di alcuni frammenti di cornice dorica consentono di datare a fine VI sec. a.C. il piccolo sepolcreto di Casale Sterpaio. Il corredo di una sepoltura rinvenuto nel 1964 al di là del fossato esterno del settore orientale, i resti di un tumulo del VI sec. a.C. a una camera con due letti posto proprio all’ingresso della necropoli monumentale ellenistica, nonché la tomba del V sec. a.C. di influenza ceretana (un recente lavoro idraulico ormai ricopre le due camere assiali di cui una provvista di columen trasverso a rilievo e soffitto a doppio spiovente) posta sotto la strada Sterpaio, dimostrano ulteriormente la continuità cronologica dell’abitato di Castel d’Asso già prima del periodo ellenistico. Importantissimi i frammenti di un fregio architettonico in terracotta con Eracle ed il toro cretese, molto simili a quelli ritrovati ad Acquarossa e a Tuscania, che attestano l’esistenza di un importante palazzo sul settore orientale, in epoca arcaica. E’ evidente comunque che il maggior interesse è concentrato sulla magnificenza delle tombe rupestri a facciata, che vanno dal IV al II sec. a.C. La forma predominante è quella a semidado, con tre elementi sovrapposti, quali la facciata con il sovrornato e la finta porta, l’ambiente di sottofacciata il cui tetto talvolta è scolpito a tegole come in una abitazione ed infine, sotto, la vera e propria camera sepolcrale. Spesso erano presenti anche iscrizioni numerali (da tredici a quarantuno) riferiti alla progressione delle sepolture o all’età dei defunti. Così come rilevato per le contemporanee e maestose tombe ellenistiche di Norchia, all’architettura esterna molto ben curata e sfarzosa, si contrapponeva la modestia degli interni, forse perché si era ritenuto più opportuno per il proprio prestigio, destinare il grosso delle risorse alla rifinitura delle parti visibili. Gli ipogei di Castel d’Asso erano quindi provvisti di inornate e basse banchine lasciate a risparmio, entro le quali si allineavano numerose fosse a spina di pesce ai lati del corridoio centrale, sebbene siano stati trovati anche sarcofagi in nenfro, comunque solo raramente sormontati da coperchi raffiguranti figure giacenti (frequenti invece a Norchia). Sulle terrazze delle tombe a dado sono stati rinvenuti in situ cippi a casetta e anepigrafi, mentre nei vani di sottofacciata si trovavano cippi a colonnetta con iscrizioni riferite sia a uomini che donne. Grazie a delle iscrizioni ancora visibili ritrovate sugli architravi di alcune finte porte (su circa un quinto delle tombe era scritto il nome del proprietario), si è potuto risalire al nome di famiglie notabili quali i Ceise, i Tetnie e gli Urinate Salvie. I primi, grazie al capostipite Arnth, possedevano una tomba a falso dado del IV sec. a.C. con una particolare finta porta a tre riquadrature sfalzate su tre piani, con scritta disposta su due righe. I Tetnie invece solo dal III sec. a.C. avevano un classico semidado con vano di sottofacciata con scalinata laterale che portava alla parte superiore dove si svolgeva il rito delle libagioni. Adiacente a questo, vi era il falso dado del capostipite Vel Urinates (la stessa prestigiosa gens attestata anche a Bomarzo), che presentava un dromos di ingresso immettente in un ambiente molto allungato, con corridoio centrale e classiche banchine laterali per deposizioni a spina di pesce. Altri due nomi, Cae e Seturne, iscritti su due cippi tombali, non sono riconducibili a sepolcri familiari di loro spettanza. Importantissima doveva essere la famiglia che possedeva il monumento risultato più ampio, da qui il nome appunto di “Tomba Grande” (III sec. a.C.); l’imponente vano di sottofacciata del semidado, con tetto a tegole scolpite, presentava la particolarità di essere tripartito e di avere quindi ben tre porte di accesso, anche dall’ampia camera dove in origine dovevano trovarsi almeno quaranta sarcofagi (oggi all’interno ne rimangono quattordici). Ai lati, delle scalette conducevano alla terrazza superiore. Un dromos eccezionalmente lungo ben oltre i venti metri, permetteva invece di accedere alla camera inferiore. Notevole anche la Tomba Orioli (dal nome dell’archeologo viterbese che scoprì la località), la cui camera sepolcrale lunga ben 17 metri è risultata la più capiente, non a caso contava ben sessantadue deposizioni a spina di pesce. La Tomba n. 92 è degna di menzione per la particolarità del portico a due colonne. Dal II sec. a.C. in poi cessò la costruzione di nuove tombe a facciata e si continuò ad utilizzare quelle esistenti, ricavando sepolture secondarie per lo più esterne alle camere, fino al 50 d.C. circa. Dopo essere passato sotto il dominio romano nel III sec. a.C., il centro nell’87 a.C. entrò a far parte del municipio di Tarquinia e dalla metà del I sec. a.C. fu inserita probabilmente nel municipio di Sorrina Nova, fino ad essere abbandonata durante le prime invasioni barbariche.
La visita al castello medievale di Castel d’Asso
Due differenti strade portano al pianoro che ospita le rovine del Castello.
La prima strada, la più lunga, è la piacevole camminata immersa tra natura e archeologia che si fa passando attraverso la necropoli monumentale etrusca per poi raggiungere, oltrepassando il ponte sul Freddano, il pianoro soprastante di Castel d’Asso.
La seconda strada percorribile è quella attraverso la Provinciale 15 (Strada Ponte del Diavolo). Si prosegue per 4 km. Raggiunta la chiesetta di Santa Maria di Castel d’Asso sulla destra, si deve voltare a destra prendendo la Strada Castel d’Asso. Alla fine della strada sei costretto a parcheggiare, e quindi a poche centinaia di metri puoi raggiungere i ruderi medievali del castello. Non rimangono molte testimonianze dell’originali strutture medievali, al di la dei resti della torre di guardia, tratti del muro di cinta del castello e del mastio. La porta Ovest del Castello, conserva integralmente i suoi aspetti architettonici, mostrando ancora la fessura per il cancello che veniva alzato e abassato a serranda. Per quanto riguarda la torre, una scala in metallo permette di salire sulla sommità ed ammirare il panorama circostante. Subito al di sotto del pianoro, è visibile tagliata nella roccia, la strada di origini etrusche sfruttata in secondo momento anche nel periodo medievale.
Testo a cura di Archeotuscia Onlus.
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