
Al termine della fiancata sinistra della chiesa di Santa Maria Nuova, in via di Santa Maria Nuova, attraverso un inferiata ottocentesca si percorre una scala per raggiungere l’ingresso al piccolo chiostro definito impropriamente longobardo.
CHIOSTRO DELLA CHIESA DI SANTA MARIA NUOVA
STORIA E DESCRIZIONE
Al termine della fiancata sinistra della chiesa di Santa Maria Nuova, in via di Santa Maria Nuova, attraverso un inferiata ottocentesca si percorre una scala per raggiungere l’ingresso al piccolo chiostro definito impropriamente longobardo. Ritenuto parte di un edificio paleocristiano preesistente alla chiesa attuale, per il fatto che alcuni elementi strutturali del chiostro richiamano fortemente le forme di altri due monumenti di epoca longobarda della città, il chiostro è conosciuto e nominato come “chiostro longobardo di Santa Maria Nuova”. Del chiostro rettangolare, scoperto soltanto nel 1954 e riportato alla luce grazie a un lungo restauro iniziato negli anni ’60 e protrattosi fino agli anni ’80, sono rimasti solo due degli originari quattro lati. Tre gruppi di cinque arcatelle intervallate da pilastri costituiscono il lato più antico addossato alla chiesa; gli archi in mattoni a sesto rialzato poggiano su capitelli a stampella sorretti da esili colonnine in pietra con entasi assai marcata, gravanti su un muretto pieno (XI secolo). I motivi architettonici avvicinano le arcate del chiostro di S. Maria Nuova a quelle dei campanili di S. Maria della Cella e di San Sisto presso Porta Romana. Ben diverso il disegno del lato opposto all’ingresso, costituito da tre ampi archi romanici a tutto sesto sorretti da pilastri in pietra poggianti su un muretto. Nel corso dei secoli l’area fu usata addirittura come fossa comune, come risultò dai numerosi scheletri rinvenuti durante i restauri: questo e altri usi impropri fecero andare in malora anche la sagrestia e la vecchia casa canonica. Soltanto con una provvidenziale ristrutturazione ad opera della parrocchia locale negli anni ’60 e ‘70, parallela a quella del chiostro, si riuscì a salvare e a rimodernare il complesso, che oggi comprende anche il piccolo Teatro Don Mario Gargiuli (1923-1966). Attualmente il chiostro e in particolare la copertura in laterizio del chiostro e della chiesa sono oggetto di restauro. Pertanto il chiostro non è momentaneamente accessibili.
Storia di un ritrovamento e Festa del Santissimo Salvatore.
Direttamente correlato al chiostro è la storia della chiesa di Santa Maria e la storia del trittico del Salvatore. Nella Chiesa di Santa Maria Nuova, sull’altare laterale di sinistra, vi è il famosissimo trittico con il Salvatore benedicente, fiancheggiato dalla Madonna e S. Giovanni; nel retro, S. Pietro e S. Paolo e un S. Michele. L’opera, dipinta su cuoio, la cui datazione esatta risulta difficile, si può far risalire con certezza a poco dopo il mille e, secondo l’Orioli, la cassa, dove fu rinvenuta l’immagine, fu nascosta durante l’assedio di Viterbo di Federico II (1243) quando egli faceva saccheggiare il contado e le chiese rurali e si serviva dei quadri di legno come brocchieri dei suoi soldati. Il rinvenimento della taumaturgica immagine del SS. Salvatore è così raccontato in un antico manoscritto: “ Nell’anno dello Signore nostro Iesu Cristo 1283 a li …. del marzo Ioseffo de lo Croco, Ioanne de la Cepolla aranno co li boi de Scipione de l’Annio ne lo campo de Iulio de la Chirichera, li boi se restettero e no volerno ire nante e battuti e pongolati se engenocchiorno uno provò co la cerrata e trovorno che l’arato era entoppato ne una preta granne. Scavorno co la zappa e conubero che era una cassa de preta co lo cuperto pure de preta… e dentro c’era una emajene de lo Salvatore che l’annettero a pigliare sei preti di San Maria e l’altri preti tutti l’encontrorno, fora della città co li Comuni che la metterno ne la ditta chiesa vicino la sua residentia. Io prete Ercole Camerlingo ho recopiata questa memoria che stava ne li ricordi che no si potia più lejere”. Ulteriori significativi legami tra S. Maria Nuova, il Comune e la popolazione viterbese sono stati creati dalla devozione per il SS. Salvatore, la cui immagine venne in modo prodigioso rinvenuta nel 1283. Lo storico Feliciano Bussi riferisce che le modalità del ritrovamento furono registrate a memoria dei posteri nel Libro delle Riforme del Comune per gli anni 1716 e 1717: due bifolchi, che nel marzo 1283 aravano un campo in località Chirichera, dovettero interrompere il lavoro perché i buoi si fermarono e, sebbene pungolati e bastonati, non vollero saperne di procedere; anzi si inginocchiarono. Scavando con le zappe, gli aratori rinvennero una cassa di pietra al cui interno fu trovata una stupenda immagine del Salvatore, un trittico in cuoio su tavola di scuola romana, probabilmente degli inizi del sec. XIII, di stile bizantino (tanto da indurre a ritenerla del V o VI secolo), verosimilmente copia dell’immagine del Salvatore custodita in Laterano. Numerose supposizioni sono state fatte sui motivi per cui l’icona era stata sotterrata alla Chirichera, ma il ritrovamento, anche per le straordinarie modalità con cui era avvenuto, suscitò grande scalpore ed emozione nella popolazione. Sei preti di S. Maria Nuova andarono a prendere l’immagine per portarla in città; presso Faul l’attendevano tutto il Clero e i rappresentanti del Comune e processionalmente venne portata a S. Maria Nuova, che non solo –come si è detto- era la Chiesa ove il Comune custodiva i propri atti, ma era anche la sede dell’Arte dei Bifolchi, una delle più cospicue del tempo. Nella Chiesa venne eretta una Cappella e in un tempietto marmoreo fu collocata l’immagine miracolosa; il Comune assunse il giuspatronato della Cappella, per la cui manutenzione decretò un contributo annuale pagato fino al XIX secolo (altre elargizioni furono erogate in diversi momenti successivi). Inoltre, il Comune partecipava ufficialmente a tutti i riti in onore del Salvatore, che acquisirono una importanza rilevante nella vita religiosa e sociale della città: il 15 agosto il Cappellano Municipale celebrava la Messa all’altare del Salvatore e dava la pace al Gonfaloniere e agli Anziani che vi assistevano in pompa agna. Tale era l’importanza della festa, che negli Statuti Comunali del 1344 e poi in quelli del 1469 fissò la solenne processione alla sera della vigilia dell’Assunta, stabilendo altresì l’ordine che le Arti dovevano rispettare nella sfilata: era aperta dall’Arte dei Bifolchi, artefici del ritrovamento, con il loro vessillo, seguita dal clero cittadino, dal podestà, dagli otto del popolo, dal prefetto, dai nobili, giudici, medici e notai, tutti paludati in ricche vesti; venivano poi, con le rispettive insegne, le Arti dei Mercanti, Speziali, Fabbri, Calzolari, Macellari e Pesciaroli, Falegnami, Funari, Lanaroli, Sartori, Pellai, Osti e Tavernieri, Ortolani, Molinari, Pecorari, Muratori e Scalpellini, Tessitori, Fruttaroli, Barbieri, Vasai, Legnaioli, recando ciascuna un cero il cui peso era puntualmente prescritto nei rispettivi statuti e che veniva poi donato alla Chiesa. La processione attraversava tutti i rioni cittadini e si protraeva per molte ore: per diminuire i disagi del lunghissimo corteo, nel 1683 le autorità disposero quindi che ad anni alterni percorresse i rioni verso Pianoscarano e quelli verso S. Faustino. Il trittico del Salvatore era posto in una “Macchina” ricca e fastosa almeno come quella in onore di S. Rosa e veniva portata da 12 Facchini; era consuetudine porre a contatto con l’immagine miracolosa panni, indumenti, biancheria portati dai fedeli perché fossero benedetti: tale pratica devozionale è stata ripresa da qualche anno e continua a svolgersi con larga partecipazione di devoti in occasione della Festa del SS. Salvatore che si celebra la seconda domenica di maggio. Processioni straordinarie furono indette in occasione di eventi di particolare importanza per la vita cittadina: nel 1644 per celebrare la pace tra Urbano VII e i Farnese per il Ducato di Castro; per la pestilenza del 1656; dopo il violento terremoto del 1695 seguito da grandinate che danneggiarono i raccolti; per il Giubileo straordinario concesso ai viterbesi da Clemente XI nel 1709; per implorare l’allontanamento delle locuste nel 1778 e nel 1783; in tante altre occasioni in cui veniva richiesta dal Comune o dalla popolazione la protezione del Salvatore. Venne proibita dopo il 1870 e nonostante i tentativi di ripristinare la tradizione, la processione non fu più effettuata fino agli scorsi anni ’60 allorché fu ripresa collocando una copia della preziosa tavola su un carro agricolo trainato da buoi che percorre il centro storico, con un rito meno fastoso di quello dei secoli passati, ma sicuramente di grande suggestione e di notevole interesse. Il prezioso dipinto del SS. Salvatore è stato restaurato dal Laboratorio di Restauro del Polo Museale Romano per conto del Ministero dei Beni e Attività Culturali è stato restituito alla Chiesa di S. Maria Nuova e alla città di Viterbo nel maggio 2007.
BIBLIOGRAFIA
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