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CHIESA DI SAN PIETRO
LA STORIA
La prima fondazione di una chiesa sul sito è sicuramente molto antica, una Ecclesia S. Petri de Castanea è citata nella Bolla di papa Leone IV al vescovo Virobono di Tuscania, un documento dove compare una precisa e puntuale definizione dei confini della diocesi, come cella dipendente dall’abbazia benedettina di Farfa in Sabina. La nota deve probabilmente essere rettificata pur senza minimamente inficiarne la notevole portata storica: la moderna critica specialistica ritiene, ormai quasi all’unanimità, che la preziosa Bolla di Leone IV -documento fondamentale per la storia del territorio dell’antico Patrimonium Beati Petri (approssimativamente l’odierna provincia di Viterbo)- non sia altro che un abile falso redatto nella cancelleria pontificia di papa Innocenzo III, funzionale alla creazione di una autorità documentaria per la capillare politica papale delle recuperationes, il tentativo di riportare sotto il potere pontificio le suddette terre del Patrimonium e contemporaneamente di dare forza e piena legittimità alla avversata erezione di Viterbo a sede di diocesi, riuscito tentativo politico papale di contrastare le deriva ghibellina della città, solo da poco innalzata al rango di civitas dall’imperatore Federico Barbarossa. Un successivo documento del XIII secolo, conservato presso l’Archivio dei Benedettini della Provincia delle Marche, fornisce ulteriori preziose informazioni: il vescovo Filippo, ormai sotto il titolo di Tuscania e Viterbo, concede ai Frati della Penitenza di Cristo, comunemente conosciuti come Saccati per la tunica in lana grezza che costituiva il loro abito canonico, la chiesa di S. Pietro de Castanea presso la città di Viterbo con la casa e l’orto annessi. L’Ordine di matrice mendicante fu fondato a Hyères in Provenza dal nobile francese Raimondo Athenulfi nel 1248 e riconosciuto nel 1251, in breve si estese in tutta Europa ma, seguendo la sorte di numerose altre fondazioni dell’epoca di matrice pauperistica e dediti alla predicazione, fu soppresso nel Concilio di Lione del 1274. Senza il suffragio di alcun documento, il cronista Giacinto Nobili, padre domenicano di S. Maria in Gradi, narra che S. Pietro fu costruito per volere del card. Raniero Capocci e dato ai Cistercensi: una pergamena del 1268 conservata presso l’Archivio dei frati della penitenza di Gesù Cristo prova, invece, che erano allora in quel convento i frati saccati, così detti perché vestivano di rozzo sacco; questi posti sotto la regola dei Benedettini di Cluny; furono seguiti in rapida successione dalla congregazione, sempre della famiglia benedettina, dei Silvestrini fondata da Silvestro Guzzolini. La fondazione ebbe sempre vita grama ed alla fine del Quattrocento fu governato da commissari secolari come Trogolo Gatti (da ammirare nel giardino dei Padri Giuseppini la bellissima fonte da lui costruita) e Battista Capocci. Poco dopo, con Bolla del 30 giugno 1498, Alessandro VI l’assegnò ai frati Gerolimini di Fra’ Pietro Gambacorta da Pisa, o Gerolamini di Fra’ Pietro; con quest’ultimi si ha la fase più importante per le vicende del complesso di S. Pietro, essi assunsero l’onere della rifondazione della chiesa nelle forme che ancora conserva attualmente. Ai Gerolamini seguirono nel 1825 gli Scalzetti o Penitenti di Gesù Nazareno che tennero la chiesa fino alla loro soppressione avvenuta nel 1935; e i Giuseppini di S. Leonardo Murialdo, gli attuali inquilini dell’antico complesso di S. Pietro del Castagno, i quali hanno trasformato S. Pietro nella sede in un prestigioso centro di studi teologici. La chiesa venne completamente rifatta nel XVI secolo, sembra con un sostanzioso aiuto del card. Raffaele Riario e quindi nel secolo successivo, tra il 1621 e il 1622, il card. Scipione Corbelluzzi si assunse l’onere della costruzione della facciata e della scenografica scalinata; tali interventi portarono la chiesa al suo attuale disegno che modificò sostanzialmente quello originario, romanico. Ulteriori interventi di restauro vennero eseguiti all’inizio del 1900 dal padre benedettino Luca Linke e nel 1983, ma senza manomissioni della struttura architettonica.
ESTERNO
I lavori di rifacimento della chiesa di S. Pietro del Castagno si possono considerare conclusi nel secondo decennio del Seicento quando il cardinale Corbelluzzi commissionò la facciata e la scenografica scalata che dà accesso alla chiesa; lo stemma del cardinale, un cane rampante, compare ripetutamente nella balaustrata che fiancheggia le scale e sul timpano di facciata. Questa si presenta articolata su due livelli, è intonacata e scompartita da lesene in peperino che nella parte superiore sono coronate da figure di angeli; un ampio finestrone da luce all’interno della chiesa. Nel mensolone marcapiano si legge l’iscrizione commemorativa della dedicazione della chiesa al Principe degli Apostoli, datata 1622. Nel portale è ricordata l’unione alla basilica di S. Giovanni in Laterano di Roma, avvenuta con diploma del 1618; è posta, tra ornamenti floreali in un cartiglio sormontato dallo stemma pontificio. Sui pilastri laterali figurano altri due stemmi del Corbelluzzi e nella lunetta è una testa di cherubino. La fiancata sinistra, è ammorsata da contrafforti di sostegno, vi compare il campanile a vela a due fornici sovrapposti con altrettante campane.
INTERNO
L’interno della chiesa è articolato in una grande aula a sala sulla quale si aprono tre cappelle per lato comunicanti tra loro; il transetto è del tipo non aggettante e sormontato dalla grande cupola a volta ribassata; il presbiterio rettangolare che comunica con due ambienti di servizio sui lati, conclude il semplice ma raffinato impianto icnografico. Nelle vele sono raffigurati gli Evangelisti ( XVII secolo). Ai lati dell’ingresso sono due acquasantiere in peperino, le vasche circolari poggiano su snelle colonnine. Nella prima cappella di destra (1), la pala d’altare raffigura la Madonna e S. Giuseppe con Gesù Bambino, S. Elisabetta e S. Zaccaria con S. Giovanni Battista bambino (XVIII secolo). Nella seconda cappella, dedicata a S. Antonio da Padova, compare un elegante altare settecentesco. La terza cappella (2) è quella della famiglia patrizia Angelini-Mosti, famiglia originaria del contado viterbese, il nome della casata compare per la prima volta nelle fonti del XV secolo. Nel 1607 un loro esponente, Vincenzo, ottenne dai Gerolamini di S. Pietro del Castagno l’autorizzazione a costruire la cappella posta sotto al dedicazione di S. Maria delle Grazie, dedica derivata dall’immagine ritenuta miracolosa che campeggia al centro della cappella. Questo gruppo della Vergine col Bambino, staccato e ricollocato nella cappella di S. Pietro, era originariamente posta nel romitorio di S. Maria delle Grazie sulla strada romana in prossimità di S. Maria della Grotticella. L’immagine più antica è circoscritta da una cornice e una corona di angeli musicanti, il complesso decorativo dipinto della cappella è completato da riquadri dove sono dipinti la Crocifissione, l’Incoronazione della Vergine, la Decollazione di s. Giovanni Battista, il Ritrovamento della Croce e S. Elena. Allo stato attuale delle nostre conoscenze rimangono ancora inidentificate le maestranze attive per queste decorazioni che, pur nella loro modestia, rispondono ai coevi modelli della piazza romana. Nel braccio destro del transetto (3), un pannello di legno dipinto di notevoli dimensioni raffigura in altorilievo l’Ultimo colloquio di S. Benedetto con S. Scolastica; un altro, di identiche dimensioni e fattura, posto nel braccio sinistro (4), presenta S. Mauro, S. Benedetto e S. Placido: entrambi sono frutto di artigianato artistico degli inizi di Novecento. Sempre nel transetto è posta una statua raffigurante l’Immacolata Concezione. Una Crocifissione di S. Pietro (5) è dipinta sulla parete di fondo del presbiterio, essa è firmata e datata, il cartiglio sull’angolo sinistro del dipinto reca una iscrizione dove, ad eccezione della prima riga che rimane inintelligibile, si legge: (.)/FIECTI VITERBI/ETATIS SUAE/ANNORU(m) XVIII/PINXIT 1696. La scena dipinta propone, piuttosto malamente, l’assemblaggio di invenzioni cortonesche -nei gruppi in primo piano di donne con i bambini- e lanfranchiani -nel s. Pietro crocifisso e negli aguzzini che adombrano la disposizione del s. Andrea di Lanfranco nell’omonima chiesa romana-. Nel Fiecti Viterbi dell’iscrizione va identificato Giuseppe Sisto Fietti attivo nella sua più precoce fatica, finora conosciuto solamente per le buone incisioni che corredano il libro di storia viterbese Istoria della città di Viterbo di padre Feliciano Bussi, dato alle stampe nel 1742. Nell’abside si conserva un pregevole crocifisso ligneo barocco. A sinistra, nella cappella centrale (6), è la moderna pala d’altare di S. Leonardo Murialdo con operai e studenti, risalente agli anni ’50 del 1900, opera di Padre F. Verri. Nell’ultima cappella (7) si nota un bel altare settecentesco sovrastato da colonne che sorreggono dei timpani interrotti, essa era posta sotto il patronato della famiglia Mancini, quest’ultima, discendente da una antica famiglia nobile di origine fiorentina, ha una fresca cittadinanza viterbese, alcuni suoi membri si stabilirono in città nel corso del XVI secolo, dove si occuparono con grande successo di attività commerciali e imprenditoriali -appalto del sale per la Camera Apostolica; monopolio delle ferriere sulle terre del Patrimonio; gestione delle allumiere di Tolfa per il Banco della famiglia Sacchetti- che li portarono ad essere tra le casate più facoltose sulla piazza viterbese. Precedentemente ad una grave crisi finanziaria che mise in gravissime difficoltà la famiglia nella seconda metà del Seicento, le cronache cittadine ne registrano vari interventi di mecenatismo artistico, negli anni 1621-1622 commissionano a Roma al maestro viterbese Bortolomeo Cavarozzi una tela con S. Filippo (andata dispersa) da porre sull’altare della cappella, dedicata al medesimo santo, posta sotto il loro patronato nella chiesa di S. Pietro del Castagno; nel 1634 la famiglia provvede al pagamento a Giovan Francesco Romanelli per il quadro con la Madonna Assunta, realizzato per l’altare maggiore della chiesa viterbese di S. Rocco. Recentemente, in occasione dei restauri dei dipinti murali dell’antistante Cappella di S. Maria delle Grazie, alcuni saggi hanno rivelato come anche la cappella dei Mancini fosse interamente ricoperta da dipinti murali. I frammenti messi in luce dai saggi dei restauratori, databili alla prima metà del Seicento, rivelano una fortissima ascendenza culturale di matrice cortonesca che potrebbe essere posta in riferimento a maestri come Romanelli e Pucciatti, specie con quest’ultimo. L’organo della cantoria è opera di Angelo Morettini ed è datato 1834. Nella prima cappella a sinistra è collocato un crocifisso ligneo, copia ottocentesca del crocifisso barocco. Nella sagrestia si conservano una tela con S. Agostino (?), S. Alessio (?) e la figura di un eremita dall’umile veste in pelle che depone la corona e una pregevole pala d’altare in precario stato di conservazione che rappresenta la Madonna e S. Crispino Vescovo (XVIII secolo).
BIBLIOGRAFIA
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