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CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA (DETTA DEL GONFALONE)
LA STORIA
Costituisce un pregevole esempio di barocco viterbese. Venne eretta a cura della Confraternita del Gonfalone, dalla quale ha preso il nome corrente, anche se la dedica storicamente è al precursore di Cristo. La Fratellanza, una delle più importanti della città sia per il censo dei confratelli che per le numerose proprietà, aveva origini assai antiche: come Venerabile Compagnia di S. Giovanni Battista fin dal XII secolo si riuniva presso un oratorio in contrada Valle, ma nel 1561 si aggregò alla romana Confraternita del Gonfalone, fondata da S. Bonaventura da Bagnoregio, assumendone il nome, l’insegna e la divisa di sacco bianco con croce. Tra le sue finalità, quella di raccogliere fondi per il riscatto dei cristiani prigionieri dei turchi e di fare la dote a due fanciulle orfane e di onesti costumi. Essendo il vecchio Oratorio in Valle divenuto inadatto alle esigenze della Confraternita, nel 1664 venne acquistato un terreno per edificare la nuova chiesa, la cui prima pietra fu posta il 21 dicembre 1665 dal card. Francesco Maria Brancaccio. Il disegno dell’architetto romano Giovanni Maria Baratta, allievo del Borromini, venne realizzato da mastri e muratori viterbesi; come pure viterbesi erano gli artisti che ornarono l’interno. Per completarla occorsero una sessantina d’anni, ma nell’ultimo decennio del sec. XVII era già usata come Oratorio dai Confratelli, che proprio in quello scorcio di tempo, ottennero il diritto di esservi sepolti. Mancava la facciata, il cui progetto comportò una scelta assai laboriosa; fu preferito il disegno dell’architetto romano Francesco Ferruzzi che ricevette la commissione nel gennaio del 1725; nell’anno successivo il prospetto era completato.
ESTERNO
La facciata, a disegno leggermente concavo, è divisa in due ordini da un ampio mensolone, alle cui estremità sono poste due fiamme in forma di lampade. Nella parte inferiore si apre il portale, al quale si accede mediante otto gradini, con mostre in peperino, sormontato da due stemmi, il più grande dei quali ornato da festoni, raffigura l’arme di Benedetto XIII e l’altro quella del vescovo Sermattei; ai lati due costoloni in pietra ed altri angolari danno slancio al prospetto nel quale, nella parte superiore, si apre un finestrone tondo inserito in una cornice rettangolare. Anche nella parte alta si ripete il motivo decorativo a costoloni e sulla mensola di chiusura si levano quattro torcere. Sulle fiancate dei contrafforti sostengono la metà superiore dei muri. Nel lato sinistro si leva il campanile a pianta quadrata, inserito nel corpo della costruzione.
INTERNO
Si presenta divisa in due parti di dimensioni pressoché identiche; l’altare maggiore e due colonne separano la chiesa destinata ai fedeli dall’oratorio riservato ai confratelli, con un modello progettuale che conferma la specifica destinazione del tempio alle finalità proprie della Fratellanza. L’interno della chiesa si presenta riccamente decorato, secondo i canoni barocchi, con raffigurazioni simboliche, allegorie, figure di profeti ed episodi del Vangelo e le imponenti figure prospettiche realizzate da Giuseppe Marzetti, viterbese. L’intera costruzione pittorica sembra sostenuta, ai quattro angoli, da gigantesche figure di simboli della forza; lateralmente, al centro, in due ovali sorretti da angeli (1) le vigorose immagini dei profeti Isaia e Abdia dipinte a chiaroscuro dal viterbese Domenico Corvi nel 1756. Nella lunetta dell’altare maggiore (2), S. Giovanni Battista davanti a Erode, opera di un altro artista locale, Anton Angelo Falaschi (1756); sull’entrata (3), nella lunetta sopra l’organo, la Decapitazione del Battista, affrescata nello stesso anno dal Corvi. Il complesso pittorico confluisce nel soffitto a volta, ove nel 1756, il viterbese Vincenzo Stringelli ha magistralmente affrescato (4) l’Empireo, grandiosa figurazione con gruppi di angeli e beati, sorretti da nuvole, protesi verso la luce celeste. Sul primo altare a destra (5), due barocche statue processionali della Passione e nella successiva cappella (6), sopra l’altare in stucco e pietra di Domenico Lucchi, la pala con S. Bonaventura che scrive ispirato dallo Spirito Santo (sec. XVIII). Nelle due finte nicchie ai lati dell’altare maggiore, Sebastiano Carelli di Montefiascone ha dipinto nel 1772 due figure monocrome (7) raffiguranti la Scienza e la Religione. L’altare (8) del 1746 è dell’architetto Nicola Salvi, progettista della Fontana di Trevi a Roma (e protagonista dei rifacimenti della chiesa e del convento di S. Maria in Gradi); il paliotto di marmo venato giallo con fascia di contorno in marmo verde e rosso reca al centro il simbolo della Confraternita; il Ciborio con colonnine marmoree termina in una cuspide su cui poggia la Croce. Si accede, quindi, all’Oratorio ove campeggia (9) il grande Stendardo della Confraternita, dipinto su entrambe le facciate dal viterbese Giovan Francesco Romanelli, il pittore del Re Sole, che vi ha raffigurato il Battesimo di Cristo e la Madonna della Misericordia (1649). Sui lati è il coro ligneo opera del viterbese Carlantonio Morini (1833-34); sopra, sulle pareti, tra motivi decorativi monocromi del maestro romano Pietro Piazza (1747), una serie di sei riquadri in chiaroscuro dipinti nel 1747 ancora da Pietro Piazza e dal conterraneo Giuseppe Rosa con episodi della vita del Battista: da sinistra: L’Angelo e Zaccaria, Giovanni nel deserto, Dio gli ordina la missione, rimprovera Erode, l’Agnello di Dio, la Decapitazione. Giuseppe Rosa nello stesso anno ha dipinto a monocromo le vele, i riquadri angolari del soffitto, i lati delle lunette raffigurandovi angeli e figure simboliche sorrette da nubi, puttini in volo; nel grande affresco della volta (10) ha raffigurato con vivace vena coloristica la Nascita del Battista e, nella lunetta verso l’altare, una affollata scena con la Predicazione di S. Giovanni. Allo stesso artista può essere verosimilmente attribuita la raffigurazione (11) dell’Onnipotente sulla lunetta dell’abside. Tornando nella chiesa, si nota un dipinto (12), già nella chiesa di S. Silvestro, di autore ignoto, raffigurante la Morte di S. Anna (sec. XVII). Nell’altare successivo realizzato da Domenico Lucchi (13), la Madonna Annunziata, dipinto non attribuito della metà del sec. XVIII; nell’ultima cappella (14), un Crocifisso in legno dipinto di incerta datazione. Una bella bussola in legno del XVIII secolo, proveniente da S. Francesco, è sovrastata dalla cantoria.
BIBLIOGRAFIA
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Angeli Noris, Chiesa del Gonfalone di Viterbo, Viterbo 1978.






























