
Autore:
Ubicazione:
Data:
Per Info: Tel: 0761 342887- E-Mail: monasterosantarosa@alice.it
Orari Messe: Da Lun. a Ven. – Ore 7.00
Sab. e Prefestivi – Ore 18.30
Dom. e Festivi – Ore 11.00
CHIESA SANTUARIO DI SANTA ROSA
LA STORIA
La costruzione risale alla metà del secolo scorso (1850) per iniziativa del card. Gaspare Bernardo Pianetti, vescovo di Viterbo, che fece riedificare la chiesa, sulle strutture di quella preesistente, a somiglianza della cinquecentesca Santa Maria delle Fortezze (oggi in gran parte distrutta), senza però ottenere apprezzabili risultati sul piano architettonico. Gran parte dei finanziamenti venne reperita dalle Clarisse del convento, impegnate ad ingrandire ed ammodernare il vecchio complesso del 1632.L’attuale edificio, pur di modesto interesse artistico, riveste, tuttavia, un grande valore per i Viterbesi in quanto è legato alla figura della patrona della città, venerata non solo nella Tuscia, ma in molte altre parti del mondo. La cupola, che sormonta la chiesa (realizzata nel 1917, su progetto dell’architetto Arnaldo Foschini) stenta ad armonizzarsi con le pretese rinascimentali della facciata in peperino, solenne ed austera, divisa da piatte lesene a capitello ionico su cui grava un grande timpano. In origine al suo posto sorgevano la chiesetta e il monastero (dedicato a Santa Maria) delle Povere Sorelle di San Damiano di Assisi, di cui si ha notizia già nel 1235. Circa la metà del secolo XIV il complesso cominciava già a chiamarsi di S. Rosa. Nel 1258 il pontefice Alessandro IV vi fece “trasportare” il corpo della Santa, che da sette anni giaceva nella nuda terra presso la vicina chiesa di Santa Maria in Poggio. Storia e credenze popolari si fondono per informarci su un episodio miracoloso che avrebbe poi generato il culto della Santa e della “Macchina di Santa Rosa” assurta oggi a spettacolare avvenimento di folclore religioso (3 settembre di ogni anno). Rosa morì, secondo la tradizione il 6 marzo 1251 e venne sepolta, come detto, presso la chiesa di Santa Maria del Poggio, accanto alla sua modesta abitazione. Da viva avrebbe chiesto più volte di entrare nel convento delle monache di San Damiano, ricevendo però sempre il severo diniego della badessa. Nell’eterno contrasto tra cattolici ed eretici, che distinse buona parte del Medioevo, Rosa era considerata da molti una ribelle all’imperatore e ai nemici della Chiesa e pertanto occorreva prudenza. “So bene che non è questa la causa – avrebbe detto la giovinetta -. Ma perché disprezzate in me ciò che Dio apprezza? Ciò che è stoltezza nel mondo è sapienza agli occhi di Dio e ciò che voi disprezzate da viva sarete contenta di avere come morta, ed infatti l’avrete”. A pochi anni dalla sua scomparsa comparve più volte in sogno al papa Alessandro IV, che in quel tempo risiedeva in città, ammonendolo di trasferire il suo corpo a Santa Maria presso le Monache di San Damiano. Il pontefice seguì il sogno premonitore e ordinò la traslazione che, secondo la tradizione, avvenne, con un corteo di quattro cardinali e fedeli il 4 settembre 1258. Il trasporto della “Macchina di Santa Rosa”, del 3 settembre, ricorda, per l’appunto, questo storico evento. La chiesa, ricostruita dopo l’incendio del 1357, venne affrescata intorno alla metà del Quattrocento, dopo un ulteriore ampliamento, da Benozzo Gozzoli con scene della vita della Santa. Le pregevoli opere andarono distrutte in conseguenza ad ulteriore lavori di rifacimento nella prima metà del XVII sec. Restano nove copie (disegni acquerellati), di mediocre fattura, del pittore orvietano Francesco Sabatini (1632) custoditi nel Museo Civico di Viterbo. Gli episodi del Gozzoli, che non vedremo mai, rappresentavano: la resurrezione della parente morta; l’apparizione del Crocifisso e la predicazione di Rosa; l’esilio da parte del Vicario di Federico II; l’annuncio della morte di Federico II da parte dell’Angelo e la comunicazione che Rosa ne dà al popolo di Soriano; il miracolo della cieca; la prova del fuoco; il rifiuto dal Convento e la morte di Rosa; l’apparizione al papa e il ritrovamento della salma. Due disegni autografi del Gozzoli (probabilmente non trasferiti in affresco) sono conservati al British Museum di Londra e al Gabinetto delle Stampe di Dresda. La storia recente vede un cambio drastico nella gestione del complesso monastico, avuto per secoli dall’ordine delle clarisse dedite soprattutto oltre che alla preghiera, alla cura e nell’assistenza al corpo di Santa Rosa. Nel 2015, l’ordine delle Clarisse è stato sostituito dopo più di 700 anni dall’ordine delle Alcantarine.
INTERNO
In fondo alla navata destra, sulla contrafacciata, una lapide posta nel 1933 dal vescovo di Viterbo Emidio Trenta ricorda i lavori di consolidamento della chiesa. La bussola della porta laterale destra proviene dall’antica chiesetta del 1632. Il Crocifisso ligneo sul primo altare risale al XVII sec.: la testa del Cristo, reclinata in avanti, è circondata da una raggiera di legno dorato. La stele che segue segnala la tomba di don Alceste Grandori (1880-1974), acclamato come uno dei più ferventi devoti di santa Rosa e padre carismatico della chiesa viterbese. “Amò di soprannaturale più generazioni di viterbesi educandoli alla pratica delle verità della fede. Maestro incomparabile e indimenticato. La chiesa viterbese riconoscente 9 marzo 1978”. Di fronte, sul retro del pilone, una lapide del terz’Ordine Francescano ricorda il settimo centenario della morte di S. Rosa (2 settembre 1952). L’urna di bronzo dorato (ai lati due angeli in preghiera), che ammiriamo nella cappella della Santa, è del 1699 e sostituisce due precedenti in legno, una delle quali è custodita nell’adiacente casa di Santa Rosa (1). I tondi delle pareti intorno all’urna, di autore ignoto, rappresentano scene della vita e dei miracoli della santa. Il corpo, annerito dai secoli e dall’incendio del 1357, è miracolosamente intatto e ricoperto da una tonaca di seta che viene periodicamente sostituita dalle Clarisse dell’adiacente convento. L’ultima vestizione, in ordine di tempo, risale al 13 febbraio 1990; con l’abito dimesso vengono confezionate reliquie per i fedeli. Ai piedi degli scalini si fa apprezzare una pregevole statua marmorea della Santa, opera dello scultore siciliano Francesco Messina (1940). La lapide che segue, sempre lungo la parete destra, è posta sulla tomba del conte Mario Fani, fondatore della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (1845-1869). Pio XII dirà “…nel lontano 1868, in una notte di preghiera nella chiesa di Santa Rosa a Viterbo spuntò dal cuore di Mario Fani il primo fra i rami che oggi potrebbero chiamarsi la prima radice del robusto tronco dell’Aziona Cattolica Unitaria…”. Della stessa Azione Cattolica è la lapide, nel retro del pilone a fronte, che ricorda il 75° anno di fondazione (1943). Sull’ultimo altare di destra, una tela di Publio Muratore, che sostituisce una precedente ottocentesca del Dilani (andata distrutta), rappresenta Un paggio porge a Santa Rosa un mazzo di fiori. In ginocchio, il Vescovo di Viterbo Luigi Boccadoro; in piedi, San Francesco e Santa Chiara. Sullo sfondo, la loggia del palazzo dei Papi. In testa alla navata, in alto, una lapide ricorda la consacrazione della chiesa da parte del card. Gaspare Pianetti (25 agosto 1850). In basso, altre due: la prima (8 settembre 1921) porta la firma della Società della Gioventù Cattolica Italiana in riconoscenza dei fondatori, tra cui Mario Fani; la seconda, del febbraio 1893, reca un’analoga riconoscenza a Mario Fani. La tela del presbiterio (2), circoscritta da una cornice in legno dorato, con Santa Rosa circondata da angeli che l’accompagnano in cielo su un paesaggio di Viterbo è di Francesco Podesti di Ancona (1812-1855) e sostituisce una precedente del Romanelli (XVII sec.) andata distrutta. L’altare maggiore, di marmo policromo, è un dono del 1937 del Consiglio Superiore dell’Azione Cattolica Femminile, come testimonia la lapide incastonata nel lato destro: “A Santa Rosa da Viterbo – inclita Vergine della serafica milizia – dilettissima Patrona – della Gioventù Femminile di Azione Cattolica il Consiglio Superiore di G.F. – consacra nel marmo la riconoscenza imperitura – esprime nell’altare la preghiera fiduciosa – implora per la sua celeste intercessione – ardore di carità e zelo di opere – per la salvezza delle anime – per la gloria di Dio. Milano 4 settembre 1937”. Il contraltare, sistemato dopo la riforma liturgica, è simile al primo. La parete di testa dell’abside sinistra accoglie quattro lapidi. In alto si ricorda che il card. Pianetti riuscì a ricostruire la chiesa in cinque anni, vincendo tutte le difficoltà suscitate dai tempi calamitosi attraversati allora dallo Stato Pontificio. In basso, gli omaggi sono sulle tombe di Margherita Ciofi (1868), Anna Signorelli (1870) e Adelaide Bianchi (1866). La tela, sul terzo altare di sinistra, è attribuita a Vincenzo Pontani e raffigura la Morte di San Giuseppe. Nel retro del pilone di fronte, è la tomba di Giuseppe Signorelli, Presidente Ispettore al Catasto Pontificio (1865): “…amò di schietto amore la Chiesa”. Accanto, è venerata la statua lignea (proveniente da Ortisei) della Madonna di Loreto protettrice degli Aviatori, dono dell’Associazione dell’Arma Aeronautica. Seguendo la parete, si legge il ricordo del Vescovo di Viterbo Adelchi Albanesi (1883-1970), quivi sepolto, raffigurato nel medaglione in bronzo di Francesco Nagni che precede il bellissimo polittico firmato (sul listello ai piedi dello scomparto) del maestro viterbese Francesco d’Antonio Zacchi detto Il Balletta (XV secolo). L’opera, datata 1441, raffigura la Madonna in trono col Bambino tra S. Rosa e S. Caterina d’Alessandria; nelle cuspidi, l’Annunciazione e la Madonna della Misericordia; nei pilastri laterali: S. Giovanni Battista, S. Antonio Abate, S. Margherita, S. Maria Maddalena, S. Ludovico da Tolosa e S. Chiara; nella predella: Cristo in pietà tra la Madonna e S. Giovanni Evangelista e, ai lati, S. Paolo, S. Lorenzo, S. Lucia, S. Biagio, S. Francesco e S. Bartolomeo (3). Alla base del polittico, una lapide ricorda i caduti in guerra (1940-1945). La tela sull’altare che segue (raffinato il paliotto in marmo policromo) è del pittore tedesco Michele Wittmer e raffigura la Madonna col Bambino tra San Francesco di Sales, Santa Giovanna Francesca Fremito de Chantal, San Bonaventura, Sant’Antonio da Padova e San Stanislao Kostka. Nella cantoria sopra la bussola è collocato un organo a trasmissione meccanica (Tamburini, Crema, 1968). La bussola è un dono dei Legionari Viterbesi reduci dall’Africa Orientale (1937). Il pavimento in marmo policromo è opera della ditta Anselmi di Viterbo. L’interno della cupola, affrescata in parte da Giuseppe Cellini, presenta i quattro Evangelisti, nelle vele; nel catino Il Beato Crispino, San Francesco, Santa Giacinta e San Giacomo e, nella calotta, l’Agnello mistico tra Angeli. La “Via Crucis”, in rame sbalzato, è opera dello scultore viterbese Roberto Ioppolo.























