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CHIESA DELLA SANTISSIMA TRINITA’
LA STORIA
La chiesa è nota ai viterbesi come Santuario della Madonna Liberatrice, perché legata alla venerazione per la miracolosa immagine della Vergine, attribuita a Gregorio e Donato d’Arezzo. Il miracoloso evento avvenne il 28 maggio 1320: come riferiscono numerosi cronisti locali, il cielo sopra la città si era oscurato in tal misura da terrorizzare la popolazione; schiere di demoni con il corpo di corvi, nottole e aquile si muovevano in quelle tenebre minacciando l’inferno. Nello sgomento e nella paura, apparve la figura della Madonna venerata nella cappella di S. Anna nella chiesa della Trinità, che invitava i viterbesi a recarsi a pregare davanti alla sua immagine. Tutta la città si radunò ai piedi della Vergine, implorandone protezione e immediatamente la preghiera fu accolta. Da quel momento all’immagine della Vergine fu attribuito il titolo di Liberatrice dei Viterbesi e ad essa la cittadinanza si rivolse sempre nei momenti più difficili, in occasione di terremoti, pestilenze, invasioni di cavallette e per ottenere la pacificazione delle fazioni. L’interesse del comune di Viterbo per la sua Liberatrice è testimoniato dagli antichi statuti: in quello del 1344, in particolare si dispose che ogni lunedì di Pentecoste si effettuasse una processione celebrativa e l’usanza si mantiene oggi l’ultima domenica del mese. La chiesa e il convento furono costruiti dai Padri Eremitani Agostiniani dell’eremo di Monterazzano intorno al 1256 ed il complesso fu consacrato dai cardinali del seguito di Alessandro IV, il quale ne consacrò l’altare maggiore nel 1258, come ricorda una lapide in caratteri gotici ora posta nel chiostro. Con il passare del tempo il tempio si dimostrò inadeguato alla devozione dei viterbesi; nel 1727 fu decisa la costruzione di una nuova chiesa più vasta e consona al culto per la Liberatrice e alla partecipazione del popolo; il nuovo edificio, realizzato su progetto dell’architetto romano Giovan Battista Gazzale, fu terminato nel 1745. L’affresco venne solennemente collocato nella sua attuale ubicazione nell’ottobre 1748, prima della consacrazione del nuovo santuario, avvenuta il 20 luglio 1750. Il disegno dell’architetto romano Giovan Battista Gazzale fu realizzato dai maestri Giuseppe Prada e Giuseppe Spinedi, originari del comasco e da allora trapiantati a Viterbo, ove operarono a lungo. Elementi barocchi si fondono armoniosamente con la linearità e la monumentalità del nascente neoclassicismo in un complesso di forme grandiose e suggestive.
ESTERNO
La facciata, mossa da aggetti e rientranze vede mescolarsi linee ancora barocche con accenti già neoclassici; è divisa in due livelli: in quello più in basso si aprono tre portali e due nicchie -dove sono allocate le statue di S. Agostino (a sinistra) e S. Tommaso di Villanova (a destra), scolpite da Camillo e Vincenzo Pacetti di Roma- inquadrati da coppie di colonne con capitelli tuscanici; i portali sono sormontati da timpani, cuspidato quello centrale con una testa di leone al culmine, tondi gli altri due. Nella parte superiore si apre un finestrone protetto da una balaustra in peperino; due colonne sostengono un arco a tutto sesto che incornicia una gloria baroccheggiante in travertino che reca al centro il simbolo della Trinità; ai lati, tra quattro lesene aggettanti, due nicchie in corrispondenza delle inferiori accolgono le statue in peperino, pure opera dei Pacetti, di S. Monica (a sinistra) e di S. Rita da Cascia (a destra). Un timpano ornato da torciere, sempre in peperino, conclude la facciata. Sul lato sinistro, in corrispondenza della parete di fondo, è realizzato il campanile a pianta quadrata, coperto da una cupola a pianta quadrata. Sulla destra della chiesa si apre un bel portale in bugnato (1625) che da accesso al chiostro rinascimentale; sopra sono posti gli stemmi dell’Ordine Agostiniano e del card. Egidio Antonini, viterbese e generale dell’Ordine.
INTERNO
A croce latina, con tre navate divise da tre alti archi e tutto sesto poggianti su pilastroni e sovrastati da una ampia mensola su cui posano tre finestroni per ogni lato; al centro della crociera si eleva la cupola di imponente disegno, aperta da otto occhi e conclusa da un cupolino con luci verticali. I pennacchi di sostegno presentano degli affreschi di Giuseppe Toeschi con le figure dei Santi Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio. Due cantorie in legno del ‘700 sono poste in alto nel presbiterio. Archi trasversi suddividono le navate laterali in tre cappelle per lato, altre due cappelle sono ricavate nel transetto e due delle absidi laterali. Nella prima cappella di destra, (1) compare una pala d’altare (fine ‘700) raffigurante S. Giovanni da Shagun che salva un bambino caduto in un pozzo, il dipinto è attribuito al maestro polacco Taddheus Kuntz, molto attivo per gli agostiniani di Soriano nel Cimino, recentemente Claudio Strinati lo ha attribuito a Marcello Leopardi, allievo del Corvi. La seconda cappella separata dalla navata da una balaustra marmorea, è dotata di un imponente altare, (2)anch’esso di marmo, dedicato alla santa agostiniana Rita da Cascia. Segue, quindi (3) la Cappella nella quale è conservata la grande tela (1795) di Domenico Corvi con la rappresentazione di S. Tommaso di Villanova che distribuisce elemosine ai poveri. Nel transetto destro si apre la fastosa cappella-santuario della Madonna Liberatrice dotata di un grande altare marmoreo. L’immagine (4) – opera dei giotteschi itineranti aretini Gregorio e Donato – nel 1958 è stata distaccata da un lacerto di muro su cui era stata dipinta e restaurata, eliminando precedenti interventi che l’avevano pesantemente modificata; fu, quindi, collocata in una apertura della parete ornata da una cornice a fregi d’argento e chiusa da due sportelli coperti in lamina d’argento cesellata. Il dipinto raffigura su un trono decorato da tarsie musive la Vergine col Bambino sulle ginocchia che porta nel pugno sinistro un uccellino mentre la Madonna reca una rosa nella destra. L’edicola, sormontata da un cherubino, è incorniciata da colonne marmoree che sorreggono un timpano marmoreo interrotto con due Angeli sugli spioventi. Intorno alla sacra immagine e sulle pareti laterali compaiono specchi di alabastro e conchiglie dorate, numerosi ex voto d’argento tra i quali spiccano una moderna riproduzione della città, opera di Massino Lanzi, donata dal Comune nel 1980 (a destra) e, di fronte, una seconda riproduzione più antica risalente agli inizi del XIX secolo. La finestra centrale è chiusa da una vetrata dipinta dal viterbese Felice Ludovisi (1981). Nell’abside destra si conserva un bel Crocifisso ligneo databile tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, restaurato negli anni ‘80. Da qui (5) si accede ai locali della sagrestia; nel corridoi si notano (6) il bel monumento funebre con la figura recumbente del card. Raimondo Perault (1505), varie lapidi marmoree tra cui quella che ricorda la visita al Santuario di Papa Giovanni Paolo II (27 maggio 1984). Un cancello in ferro battuto (sec. XV) immette nella vasta sagrestia; in una nicchia nella parete di fondo (7) è alloggiato il gruppo scultoreo a grandezza naturale dell’Angelo Custode (sec. XVIII) in legno laccato e dorato. Ritornando nella chiesa, si nota nell’abside centrale il grande altare settecentesco in marmi pregiati (8) che costituisce una sorta di quinta che chiude il coro semicircolare, circondato da stalli lignei realizzati sulla metà del ‘700 da falegnami viterbesi. Sull’altare (9) è posta la grande pala d’altare raffigurante S. Agostino, S. Monica e la SS. Trinità, dipinta nel 1651 dal romano Fabrizio Chiari. Nel presbiterio, chiuso da un imponente balaustra, è collocato l’altare oggi in uso, come dalle disposizioni del Concilio Vaticano II (10), esso è costituito da un grande capitello corinzio del ‘300; l’ambone (11) è un timpano in marmo di Carrara con il Cristo benedicente (metà del sec. XV). Nell’abside sinistra (12) è ricavata la cappella dedicata alla Madre della Consolazione. Nella cappella del transetto sinistro (13) è collocata la tela raffigurante S. Nicola da Tolentino e le anime purganti, opera del viterbese Francesco Maria Bonifazi (metà del sec. XVII). Segue (14) la cappella dei Chigi, con la sepoltura di famiglia, dotata di una complessa macchina d’altare marmorea con colonne, capitelli e stucchi decorativi, ornato da una pala del maestro viterbese Vincenzo Strigelli con la rappresentazione del Martirio di S. Agata (1740); la volta è ripartita da riquadri con stucchi a disegni floreali, nelle vele sono raffigurate le Virtù Cardinali, Prudenza Giustizia Fortezza Temperanza (seconda metà del sec. XVII). Nella successiva cappella è posta la pala (15) di Ippolito Romano (1537) con Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro e S. Paolo su fondo oro; in basso sono raffigurati il card. Egidio da Viterbo con la sorella Pacifica Antonini, committente dell’opera. Sull’ultimo altare (16), la Deposizione di Cristo (1582) attribuita ad Arrigo di Malines detto il Fiammingo (anche questa pala conosce un cambio di attribuzione ad opera di Strinati che la inserisce nel catalogo dell’orvietano Cesare Nebbia). In fondo alla navata è (17) la Macchina (fine ‘600) in legno dorato, usata per la processione della Madonna Liberatrice. Sulla bussola del portale centrale è posto il settecentesco grande stemma ligneo dell’Ordine Agostiniano con festoni, compreso tra due torcieri fiammeggianti, pure in legno.
CHIOSTRO
Il raffinato chiostro, esistente già dal XIII secolo, quando fu eretta la prima chiesa agostiniana, è stato quasi totalmente ricostruito nel 1513 dal card. Egidio Antonini su progetto dello scultore viterbese Pier Domenico Ricciarelli che per la costruzione utilizzò 36 colonne monolitiche preparate per un ampliamento mai realizzato della chiesa. I quattro bracci sono coperti da volte a crociera, sul braccio ad Est, prospiciente la chiesa, si sviluppa un secondo livello con un elegante loggiato balaustrato realizzato nel 1637. Al centro è una fontanina incassata nei lastroni di peperino della pavimentazione con bacino quadrato. In uno dei bracci del chiostro, inserita in un nicchione ad arco ribassato, ancora si conserva una fontana a vasca rettangolare del sec. XIII. Le pareti e le lunette del Chiostro, furono affrescate negli anni a cavallo tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento da Marzio Ganassini e dal maestro viterbese Giacomo Cordelli, cui sono attribuite le lunette dei lati Sud e Nord. Il tema delle decorazioni, realizzate grazie ad un lascito del nobile viterbese Giacomo Nini, vede le Storie di S. Agostino, nei riquadri, e episodi biblici nelle lunette. I dipinti sono stati restaurati nel 1984.
CONVENTO
Realizzato nella prima costruzione nella prima metà del XIII secolo, il complesso fu rimaneggiato ed ampliato nel corso dei secoli. Fra i vasti ambienti ricchi di opere d’arte spiccano la Sala di Ricevimento che, nel periodo di costruzione della chiesa, era la cappella in cui fu custodita l’immagine della Madonna Liberatrice e nella quale si conservano 4 quadri della fine del XIX secolo, donati al convento da papa Pio X; la sala del Cenacolo, antico refettorio dei frati; la sala capitolare e la Biblioteca, in cui si custodiscono volumi risalenti soprattutto ai sec. XVII-XIX.
BIBLIOGRAFIA
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