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CHIESA DI SAN SISTO
LA STORIA
Nella zona dove sorge la chiesa (detta oggi di Porta Romana) si era formato, all’indomani delle invasioni barbariche, il villaggio di Vico Quinzano, che intorno al IX secolo vantava una chiesetta edificata, probabilmente, sui resti di una precedente edicola. La prima notizia storica della chiesa di S. Sisto risale, però, al 1068 quando il vescovo di Tuscania Gisilberto (nella cui diocesi ricade Viterbo non ancora eretta a sede vescovile) conferma alla chiesa vari privilegi già concessi nel 1037. Nel XII secolo la chiesa di S. Sisto rappresenta un polo sia religioso sia economico di fondamentale importanza nel panorama cittadino viterbese: è eretta parrocchia sotto il pontificato di Pasquale II (quando Viterbo non è ancora assurta alla dignità di città); nel 1133 papa Innocenzo II le concesse vari privilegi tra i quali la facoltà di appellarsi direttamente alla sede apostolica contro ogni gravame imposto da chicchessia; Eugenio III e Adriano IV concessero ulteriori benefici, tanto che il prestigio e il peso economico della fondazione non aveva uguali nella città; è investita, unitamente alla sola chiesa principale di S. Lorenzo, dello jus fontis baptisimalis e dotata di cospicue proprietà terriere anche fuori del territorio viterbese. Essa vanta almeno due primati: quello di essere una delle chiese più antiche della città e l’altro, non meno stimolante, di aver subito attraverso i secoli tante di quelle manomissioni da rendere difficile, anche a grosse linee, il riordino della sua complessa vicenda architettonica. L’ultimo rifacimento, in ordine di tempo, risale agli anni Cinquanta, dopo i violenti bombardamenti alleati del maggio 1944. L’interno ci riserva, infatti, la sorpresa di uno scenario disarmonico, ma pervaso da un’atmosfera solenne: “…una chiesa che possiede solo la propria meraviglia…” scriverà Andrè Maurel nel suo voiage “Petites villes d’Italie” del 1911. Il restauro post-bellico ha restituito all’interno la primitiva linearità, liberandolo dagli interventi succedutisi dal Trecento, periodo in cui si diffuse la devozione di elargire donazioni e costruire altari di famiglia per messe di suffragio: ricordiamo quelli dedicati alla Vergine, al Crocifisso, al Sacramento, a San Gregorio e San Paolo. Le fonti documentano numerosi e importanti interventi di restauri e rifacimenti delle strutture dell’antica collegiata dal Cinquecento al 1836, oltre all’intervento seguito ai danni dell’ultima guerra che ha fortemente modificato prospetto e volumi dell’edificio (immagini fotografiche precedenti l’ultimo conflitto ancora permettono di vedere l’articolazione della facciata primitiva e la pesante facciata della “quarta navata” che, peraltro, nell’Ottocento era utilizzata solo come magazzino). I peducci ancora visibili sulla parete settentrionale della chiesa decorati con il giglio araldico dei Farnese, testimoniano lavori di copertura con volte a crociera voluti da Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III, che fu arciprete dell’ambita collegiata.
ESTERNO
La facciata che ammiriamo oggi è stata in gran parte ricostruita dopo l’ultima guerra nella semplice forma tripartita con un oculo centrale in asse col portale. Sul lato sinistro è posta una lapide in ricordo dei caduti dei bombardamenti del 1944. All’edificio più antico, databile all’XI secolo, è da collegare il campanile romanico che, menomato in altezza, termina bruscamente con un piano inclinato. La torre è scandita orizzontalmente da tre cornici che la suddividono in quattro sezioni, la terza è aperta sui quattro lati con trifore i cui archetti sono sostenuti da capitelli a stampella portati da pilastrini, uno di questi sul lato Sud è di forma antropomorfa, particolarità comune con i campanili di S. Bruna in agro corchianese e di S. Maria dei Lumi a Bassano in Teverina. Il campanile più alto, nella parte terminale del presbiterio sopraelevato a ridosso delle mura castellane, è il risultato dell’innalzamento di una torre urbica negli anni dell’ampliamento della chiesa (XII-XIII sec.). Il recinto sul fianco destro, dove sorgeva una quarta navata, accoglie un pilastro circolare e un capitello (con una piccola figura umana al posto della tradizionale rosetta ornamentale) già utilizzati in precedenti ristrutturazioni. L’abside semicircolare, incastrata nella parte esterna delle mura con cui faceva corpo di difesa, è ingentilita da una corona di arcatelle cieche su esili lesene semicircolari,originariamente era illuminata da una finestra di cui restano alcune tracce.
L’INTERNO
L’antica chiesa di S. Sisto si presenta attualmente nel rifacimento eseguito dopo il secondo dopoguerra, reso necessario dai gravissimi danni subiti nei bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale, nonostante ciò le sue strutture ancora denunciano con evidenza le molteplici e articolate vicende della sua storia costruttiva in rapporto alle esigenze funzionali della comunità cittadina. La chiesa primitiva, datata all’XI secolo, è divisa in tre navate da due file di quattro colonne caratterizzate da una accentuata entasi. Le basi d’appoggio delle colonne registrano una notevole varietà pur nel rispetto del modello classico di derivazione attica, mentre i capitelli, elaborazione medioevale del modello corinzio, hanno una disposizione binata. Tra la fine del XII secolo e gli inizi del XIII la parete Est dell’edificio e la sua abside centrale – è stata ipotizzata anche una possibile articolazione su tre absidi – fu abbattuta per la realizzazione dello scenografico presbiterio fortemente rialzato e raggiungibile da un ampio scalone. Il monumentale ampliamento del coro comportò lo sfondamento con l’abside maggiore – poggiata su un alto tamburo semicircolare e scandita da archetti pensili e lesene semicircolari – delle mura urbiche; la solida base dell’abside è stata costruita riutilizzando i conci originari delle strutture relative alla prima fase delle mura urbiche risalente alla fine dell’XI secolo. Le coperture a vela e i supporti -due possenti pilastri cilindrici con capitelli a corona e due pilastri a fascio di cui quello a sinistra spiraliforme, così affine ad esempi francesi e spagnoli- denunciano l’azione di maestranze aggiornate sulle novità gotiche importate dai monaci cistercensi, una presenza notevolmente precoce e feconda nella Tuscia viterbese. L’innovativa cultura gotica afferente alla koinè cistercense si evidenzia anche nei due amboni (uno in marmo l’altro in peperino) che fiancheggiano lo scalone, sostenuti da peducci decorati con motivi a crochet. Sottostante al presbiterio si apre una cripta con avancripta utilizzate fino all’Ottocento come luogo di sepoltura e recuperate alla loro funzione solo in restauri recenti. Questo ulteriore intervento di ampliamento della chiesa fu concluso con l’erezione di un secondo massiccio campanile. Le necessità di disporre nella chiesa di spazi sempre più ampi portò in un periodo prossimo ma successivo alla fondazione del presbiterio, all’abbattimento della parete meridionale del nucleo più antico della chiesa e alla costruzione di una ulteriore navata a pianta trapezoidale. Quest’ultima venne suddivisa in due navatelle da due ampie arcature sostenute da un possente pilastro -il cui elegante capitello decorato a crochet è ancora visibile all’esterno della chiesa- e da due lesene semicircolari i cui capitelli, simili a quello del pilastro centrale, sono uno all’esterno della chiesa, l’altro, invece, è stato riutilizzato come base per l’altare della cripta. I rifacimenti seguiti al bombardamento hanno trascurato di ripristinare quest’ultima navata, riportando l’articolazione iconografica della chiesa alle originarie tre navate dell’edificio primitivo. Presso l’ingresso a destra si fa notare un’ara romana (1) adorna di bassorilievi con tralci e baccanti, già adibita a fonte battesimale. In fondo alla navata destra si innesta il primitivo campanile romanico. L’altare maggiore è composto di frammenti di sculture del IV-V secolo (2). Il prestigio dell’antica fondazione è documentato anche dall’unica pala dipinta che ancora si conserva al suo interno (3), la Madonna in trono col Bambino e i santi Lorenzo, Felicissima, Sisto, Giovanni Battista, Nicola e Gregorio (3), opera del maestro fiorentino Neri di Bicci, erede della avviata bottega paterna, tradizionalmente attiva per le raffinate e pretenziose casate dei Medici e dei Corsini. L’opera commissionata nel 1457 dall’arciprete di S. Sisto Pietro Francesco Gennari, gratificato da papa Eugenio IV delle pingui prebende della collegiata, è ricordata dallo stesso maestro fiorentino nelle sue Ricordanze, dove enumera tra i lavori realizzati per la chiesa viterbese anche una Crocifissione datata 1459 e andata perduta. Una lapide, accanto alla porta della sacrestia (da ricollocare), ricorda i tenutari della chiesa: prima i canonici regolari che rispondevano alla regola di S. Agostino (fino al XV sec.), poi fino agli inizi di questo secolo, i canonici secolari della collegiata. Sul lato opposto, a sinistra dell’altare, è collocato un organo a trasmissione elettrica (due tastiere, 16 registri nominali), costruito dalla ditta Irzoli di Crema nel 1964. In fondo alla navata sinistra è incastonato nel muro un pregevole tabernacolo dell’Olio Santo del Quattrocento (4). Da qui è l’accesso all’antica cripta con tracce di affreschi di varie epoche. Secondo un’antica tradizione, la chiesa accoglie la sera del 3 settembre di ogni anno i “facchini” di Santa Rosa per la benedizione in articolo mortis prima del trasporto della “Macchina” che prende l’avvio dall’adiacente Porta Romana alle ore 21.
ESTERNO
Nella facciata ad intonaco, con copertura a spiovente, il portale è inquadrato da una mostra in peperino sovrastata da una lunetta. A destra si trova il monumento funebre di Galiana (copia del sarcofago romano realizzata dagli scultori fratelli Funari, il cui originale è conservato presso il Museo Civico di Viterbo), la fanciulla viterbese protagonista di una leggendaria vicenda: la sua bellezza era tale che molti uomini venivano a Viterbo solo con la speranza di poterla ammirare da lontano; se ne innamorò un barone romano, che la pretese in sposa, ma fu rifiutato. Il nobile decise, allora, di assediare la città, che si mobilitò in difesa della giovane, resistendo così a lungo da indurlo a desistere; prima di andarsene definitivamente, il barone, però, chiese di poter vedere un’ultima volta la Bella Galiana, che si affacciò sulle mura dalla torre che ancora oggi porta il suo nome. Infuriato perché costretto a rinunciare a lei, la colpì con una freccia, uccidendola. I Viterbesi onorarono quella autentica meraviglia deponendone il corpo in un fastoso sepolcro posto nel portico di S. Angelo. Due epigrafi del XVI secolo ricordano tale leggendario evento.
Sulla facciata si aprono tre finestre: nella vetrata di quella al centro, la più grande, è effigiato S. Michele Arcangelo. Verso il culmine sono posti tre stemmi in peperino: quello centrale riproduce l’insegna di Pio IV Medici, gli altri quelle del vice legato Piccolomini Baldini e del Comune di Viterbo. Sul lato destro, in una stradina, è visibile il fianco della più antica chiesa, con due porte murate, una monofora, una lunetta, una porta ad arco con cornice, contrafforti e archi di sostegno che scavalcano la via. Sul fondo si scorge il campanile a pianta quadrata.
INTERNO
Vi si accede da un vestibolo (1) (unico esempio esistente nelle chiese viterbesi) ornato con marmi e stucchi; nel soffitto un piccolo dipinto raffigura San Michele Arcangelo.
Nell’incavo di destra (2) si scorgono due epigrafi in caratteri gotici, ritrovate durante la ricostruzione del 1746, che ricordano la presenza delle reliquie dei Santi Savino, Eugenio, Pietro Alessandrino, Vittore, Bonifacio e Corona, già nascoste dal priore Bartolomeo e ritrovate nel 1254. La chiesa, con soffitto a volte, è a croce latina con presbiterio a pianta quadrata e tre cappelle per ogni lato; cinque finestroni si aprono nella parte alta delle pareti e l’ingresso è sovrastato dalla cantoria. Nel disegno si mescolano linee tardo barocche e neoclassiche. L’abside è stata ricostruita, dopo essere stata colpita dai bombardamenti del 1944. La Via Crucis in olio su tela è del ’700.
Nella prima cappella di destra (3), in pietra a vista con una monofora residuo della primitiva costruzione, si trovano colonne di legno con capitelli e si conserva la statua in marmo del Sacro Cuore. Qui era conservata la Madonna col Bambino, realizzata nel ’400 da Andrea di Giovanni, ora in restauro, e che presto verrà collocata nella cappella feriale, ancora in allestimento (terza cappella a sinistra). Lungo la parete sinistra del pronao è conservata una tazza baccellata in marmo, risalente all’epoca romana, che oggi funge da fonte battesimale. Nella cappella successiva (4) una pala del viterbese Bartolomeo Cavarozzi raffigura S. Isidoro agricoltore (sec. XVII): la patina del tempo non consente di apprezzare a pieno il particolare del paesaggio sullo sfondo, in cui viene raffigurato l’Angelo che guida l’aratro. La terza cappella (5) è ornata da colonne, che sostengono semicuspidi, poste su basamenti in peperino con stemmi; sopra all’altare è un Crocifisso ligneo che, secondo la tradizione, fu portato via dalla città di Ferento distrutta dai Viterbesi nel 1172, ma che recenti studi datano con maggiore probabilità al 1300. Sulla destra, all’ingresso del presbiterio (6), è murata una bella lapide in caratteri gotici e romani: in essa viene celebrata la consacrazione della Chiesa da parte di Eugenio III (1145), con l’indicazione degli altari e delle reliquie che al tempo vi erano collocate.
La mensa dell’altare maggiore (7) è sorretta da un grande capitello romanico in pietra proveniente dall’antica chiesa; il tabernacolo marmoreo, posto su un capitello analogo al precendente, è sovrastato da un grande dipinto del viterbese Filippo Caparozzi (primo decennio del ’600) (8), raffigurante la Madonna in trono col Bambino: la Vergine, circondata da Angeli che la incoronano, è collocata su un alto basamento; sotto sono raffigurati S. Michele Arcangelo che calpesta Lucifero e, intorno, S. Pietro, S. Savino, S. Paolo e S. Eugenio. Nella sagrestia (9), a cui si accede dal transetto sinistro, un bell’arredo ligneo copre le pareti per un’altezza di circa 3 metri; in un altare, sempre in legno con colonne ioniche sostenenti frammenti angolari appartenuti ad un frontone, è inserito un S. Rocco realizzato da Antonio del Massaro detto il Pastura (sec. XV).
Nell’attiguo ufficio parrocchiale (10) del 1685 è un finestrone con bella mostra marmorea lavorata; alle pareti si possono ammirare: S. Liborio in gloria che ascende in cielo su una nube, quadro del viterbese Giovan Francesco Bonifazi (sec. XVII); S. Carlo Borromeo in estasi e S. Filippo Neri in preghiera, attribuiti entrambi al vigevanese Vincenzo Bareolo, che li dipinse nel 1614; un Crocifisso ligneo con dorature (1800) proveniente dalla chiesa di S. Giacomo. Nell’ultima cappella di sinistra (11), con l’immagine di S. Gabriele dell’Addolorata, una barocca mostra d’altare lignea (fine XVII-primi XVIII secolo) presenta colonne tortili ornate da tralci e grappoli e decorazioni in oro zecchino con due angeli dorati seduti sulle cuspidi.
IL RSTAURO
Nel corso del 2006 la chiesa è stata sottoposta a restauro. Il progetto, voluto dalla Curia Vescovile di Viterbo ed eseguito con la consulenza dell’arch. G. Fatica della Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Lazio, è stato diretto dall’arch. A. Lisoni in collaborazione con la ditta appaltatrice ATI Freda Francesco. L’opera ha visto una nuova tinteggiatura in travertino “onciato” delle paraste e delle colonne e in celestino grigio dei fondi delle pareti e delle vele. Il nuovo impianto di illuminazione dà maggiore risalto alle strutture architettoniche. Il vecchio pavimento è stato sostituito con pianelle di marmo di Carrara grigio e bianco ordite a rombi. Sono stati eseguiti lavori di spicconatura degli intonaci interni con posa in opera di nuovi intonaci deumidificati. Sono state allestite una scala in metallo per l’accesso alla cantoria e una nuova bussola a vetri, che favorisce la completa visione della chiesa dalla piazza antistante. Il portone d’ingresso è stato completamente restaurato e le porte laterali sono state sostituite da nuovi infissi.
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